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Vintage - Citroen 2CV

Siamo circa a metà degli anni Trenta: inizia lo sviluppo di un'automobile destinata a motorizzare la propria nazione. Ma questa volta non ci troviamo in Italia, come accaduto con Fiat Nuova 500 e Fiat 500 Topolino: poco al di là delle Alpi, infatti, in casa Citroen si sta emulando l'esempio del Bel Paese e si vuole ideare una vettura che possa essere acquistata da tutte le classi sociali. Nascerà, da quest'idea, la storica Citroen 2CV.

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Il sogno di realizzare un'utilitaria con il Double Chevron lo portò avanti, con grande caparbietà, il manager dell'azienda Michelin (che aveva acquistato Citroen), Pierre-Jules Boulanger, nonché dirigente della casa automobilistica: egli stesso – per via di un gioco bizzarro della sorte – perderà la vita al volante di una Citroen e non potrà mai vedere il successo inimmaginabile della piccola 2CV che con costanza aveva voluto. Pierre-Jules Boulanger dà l'imprimatur a questo progetto nel 1936 (lo sviluppo venne indicato con l'acronimo TPV, Très Petite Voiture) ed affida la messa a punto estetica al designer André Lefèbvre e all'italiano Flaminio Bertoni. Ciò che il manager aveva chiesto era molto particolare: Boulanger voleva una vettura che potesse adattarsi a tutte le condizioni stradali (anche ad un campo arato, ad esempio, dato che la nuova Citroen 2CV doveva essere ideale per tutti, pure per i contadini), che riuscisse ad accogliere quattro passeggeri ed un sacco di patate (la capacità di carico sarà poi assicurata dalla posizione anteriore del motore), che fosse economica (anche nei costi di esercizio) e che viaggiasse a sessanta chilometri orari.

La nuova Citroen 2CV inizia così a prendere forma: nel 1939 sono pronti due prototipi, ma la guerra ferma il progetto. Si dovrà attendere allora sino al 1948, quando la casa automobilistica espose la nuova 2CV al Salone di Parigi: la critica accoglie in maniera neutra o negativa la vettura, ma è il mercato a chiarire il successo dell'utilitaria. La nuova Citroen 2CV, infatti, è talmente richiesta che si formano liste d'attesa lunghe tre mesi (oggi farà sorridere questo dato, ma all'epoca dei fatti l'acquisto di automobili non era ancora una prassi tradizionale e quotidiana) e che la produzione deve essere continuamente aumentata, sino ad arrivare all'assemblaggio di quattrocento unità di 2CV al giorno (contro i quattro esemplari inizialmente previsti).

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I clienti erano così tanto attratti dalla nuova Citroen 2CV per il prezzo di listino, sostanzialmente (la nuova 2CV costava la metà, all'incirca, di un esemplare di Volkswagen Maggiolino), e per i costi di gestione contenuti; ma anche perché la nuova utilitaria Citroen era capace di adattarsi a tutti gli usi (ed era quindi valida in maniera trasversale per tutti i bacini d'utenza). Venne prodotta per circa quarantadue anni: nel 1987, in Francia, lo stabilimento che assemblava Citroen 2CV viene chiuso, mentre quello portoghese rimase attivo sino al 1990. Impossibile conteggiare quante vetture nacquero dal progetto TPV di Boulanger (perché numerosissime versioni furono sviluppate in giro per il globo): si suppone che il conteggio si aggiri attorno a dieci milioni di unità.

Le caratteristiche estetiche dell'utilitaria erano molto semplici; così erano anche quelle meccaniche di Citroen 2CV: motore anteriore, trazione anteriore, cambio manuale a quattro marce. 2CV venne equipaggiata dapprima con un motore benzina da 375 centimetri cubici di cilindrata da 9 cavalli (un bicilndrico boxer) e poi, nel corso del tempo, con propulsori sempre più evoluti (figli tutti di questo primo cuore), sino a raggiungere la cilindrata massima di 602 centimetri cubici (che erogò 28, 29 e 33 cavalli).

Di Citroen 2CV furono realizzate numerose carrozzerie diverse tra loro ed un'abbondante lista di versioni speciali: non c'è dubbio che l'utilitaria divenne un mito per la cultura automobilistica, francese, europea, ma anche internazionale. Fa parte anche di alcune leggende: si dice, ad esempio, che Pierre-Jules Boulanger avesse testato un prototipo di 2CV su un appezzamento agricolo appena arato, per valutare le capacità dell'utilitaria (con un cesto di uova nel bagagliaio, che non avrebbero dovuto rompersi secondo la sua idea di qualità). Si dice anche che il motore boxer derivi da quello BMW della moto di Bertoni, che Lefèbvre, in seguito ad uno scherzo fatto all'amico italiano, aveva contribuito a danneggiare. Pare, infine, che il nome “due cavalli” sia riferito alla potenza fiscale della citycar del Double Chevron.

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